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sabato 21 dicembre 2013

Luci soffuse


Nei giorni di pioggia e di sole,
nel turbinar dei miei pensieri,
nel soffio delle tue parole, sogno
la parte di giorno, in cui si e' sinceri,
quando il sole si riposa
mentre il cielo si fa scuro
e sale, alta, la sua sposa.
Schiaccia l'ombra mia al muro
la luce tremula d'una candela
t'imprigiona nel mio cuore,
ch'ancora palpita ed anela
il tuo respiro, la voce dell'amore.
Come un limpido giorno,
dopo una forte nevicata,
come il ruscello ghiacciato
nel paesaggio che attende l'aprile,
ove non germoglian rimpianti,
ma l'abbandono di alibi e scuse,
mi porgi le tue labbra schiuse
gocce di brina sull'erba, diamanti,
col tuo sospiro che sa di antichi canti,
le stelle, la luna, le palpebre socchiuse
sulle nere tue pupille, luci soffuse.

giovedì 3 gennaio 2013

La guerra dei sessi

Non c'è niente da fare, la lotta è impari: ogni volta che un uomo e una donna discutono e si confrontano sugli errori commessi e le mancanze dimostrate da ciascuno di loro, ne esce sempre vincente la donna.
Questo non perchè commetta meno errori od abbia meno mancanze, ma solo perchè si ricorda tutti quelli commessi dall'uomo, mentre, questi, fatica a ricordarsi anche solo il colore del vestito che ieri indossava la sua compagna, figuriamoci gli errori e le mancanze, risalenti anche appena, appena a due giorni prima.
Se volessimo buttarla sull'evangelico, potremmo dire che il lato maschile del mondo è molto più vicino alla vera essenza del credo cristiano: il perdono. Se però, guardiamo in faccia alla realtà e, magari, la poniamo in versione hi-tech, la verità è che le donne hanno più gigabyte, o, forse, un più efficiente programma di zippaggio, o, in verità celano un'unità esterna in qualche posto dove noi uomini non abbiamo ancora messo le mani e cercato.
Noi uomini, al massimo ci ricordiamo della volta in cui hanno cucinato sciapo e, se proprio siamo bravi ricordiamo anche l'altra volta, in cui per paura di cucinare di nuovo insipido, hanno messo troppo sale.
Loro no,  le donne ricordano tutto:
- la volta in cui abbiamo fatto la lavatrice, che Lei non c'era, solo per stupirla al suo ritorno, dopo una settimana, con effetti speciali e farle vedere quanto siamo autonomi ... peccato che non ci siamo ricordati di averla fatta e, quando lei è tornata, alla fine della settimana, se n'è accorta da sola, perchè ha aperto la lavatrice e l'effetto speciale era di tipo olfattivo con sentore di muffa che sovrastava tutta l'acqua di colonia in cui c'eravamo immersi per accoglierla a braccia aperte;
- la volta in cui, lei sempre assente (per due settimane stavolta), abbiamo tenuto in ordine tutta la casa, compresi i bagni perfettamente puliti, con tanto di cambio dei rotoli di carta igienica ... solo che quelli ormai finiti erano in fila tutti come soldatini sul bordo della vasca;
- la volta in cui, per farla felice abbiamo rassettato casa (stavolta solo perchè mentre eravamo in ferie e lei  quel giorno lavorava, volevamo farle una sorpresa, al suo ritorno la sera) ... abbiamo persino rifatto il letto ... solo che il piumone era sotto le lenzuola e le federe dei cuscini erano ancora appese in terrazza, ormai inumidite dalla nebbia di fine novembre;
- la volta, in cui (lo stesso giorno delle ferie per la solita sorpresa) gli abbiamo fatto trovare la cena pronta ... solo che se n'è accorta prima di vedere il tavolo imbandito e infiocchettato, perchè il pavimento, per l'olio di frittura, era come la pista su ghiaccio delle olimpiadi di Monteral e le pareti della cucina, prima bianche, grazie alla passata di pomodoro che aveva ben sobbollito, avevano ora lo stesso manto a pois della Pimpa o, per gli amanti del ciclismo, della maglia per il miglior scalatore del Tour de France;
- la volta in cui ci siamo persi nel nostro "fai da te" ed abbiamo voluto verniciare la ringhiera del giardino. L'avevamo appena finita di passare con la vernice arancio antiruggine (una giornata intera dopo la scartavetrata) e lei di ritorno a casa ti dice "ma non dovevi farla bianca ? dici sempre una cosa e poi ne fai un'altra" e tu non replichi, anche perché lei aggiunge "e poi non t'è venuta bene, si vede ancora il nero sotto". Ma tu taci, sai già che la vittoria richiede pazienza e la vendetta va servita fredda: c'è il domani in cui vernicerai la ringhiera ... anzi imbiancherai anche la cucina. Ma il domani arriva e, come scrisse il Leopardi è sempre meglio il dì prima della festa, specie se il domani che pensavi di festa non lo è. Così la sera dopo lei torna e tu hai dipinto la ringhiera di bianco ... ma lei ci passa davanti e non ti da soddisfazione, entra in casa e scopre l'imbiancatura ... tu fuori ti aspetti un'esclamazione di sorpresa, lei che corre fuori e ti dice "Amore, che sorpresa" e, invece, senti un grido, lei esce fuori e dice "ma che hai fatto, vieni a vedere". Tu entri in casa e lei è lì che punta il dito verso il pavimento ad indicare una macchiolina bianca, stile zampa di formica albina, che tu appena, appena neppure riesci a vedere, ti abbassi per osservarla, ti rialzi, ti giri per dirle "...", ma lei già non c'è più, finita in bagno a struccarsi.
- la volta in cui ... quella che non mi ricordo più, ma se volete chiedo a mia moglie, che mi fornisce  almeno altri tre punti per proseguire l'elenco.

Non c'è salvezza, non c'è gloria, neppure quando si parla di strategia e di conduzione del dialogo sugli argomenti voluti. L'uomo quando vuol parlare di qualcosa, ritorna all'interpretazione da cinema muto. Una cappa di silenzio, che in estate senti frinire i grilli e in inverno l'ululare del vento. L'uomo così aspetta il momento buono, per parlarle di quell'argomento scomodo, che lei non vorrebbe sentire (la cena o il week-end con gli amici, l'uscita domenicale con gli stessi amici, la partita di calcio la vigilia di natale con i medesimi, etc. etc.). Ma così il momento buono non arriva mai, perchè lei già sa il significato di quel silenzio e, lei non è il Tenente Drogo de "il deserto dei Tartari" e non aspetta, quindi, nella fortezza, l'arrivo dei nemici, ma gli va incontro. Così rompe quel silenzio solo per dirti "non ci pensare neppure, no (no alla cena, no al week-end, no all'uscita domenicale, no alla partita di calcio, no all'etc., etc.)".
Lei, invece, quando vuole parlarti di qualcosa non fa come te, uomo, ma usa vere e proprie tecniche di distrazione con cui inizia la strategia vincente nella guerra dei sessi. Tu entri in casa ... silenzio ... così tanto silenzio, che senti il cigolare della porta, seguito dallo scricchiolio della suola delle tue scarpe. Sei ancora a pochi passi dalla porta e dopo aver messo le pantofole, proprio mentre metti il soprabito sull'appendiabiti, senti alle tue spalle una presenza, un alito (non divino e neppure di vino perchè lei non beve), uno spostamento d'aria pari a quello di una farfalla che vola su di un altro fiore ... un brivido corre lungo la tua schiena, con la stessa intensità di quando hai visto la scena della doccia in "shining"... ti giri e lei e' li' ... immobile che ti guarda, sbarrandoti la strada ... sei perduto. Preferiresti, pur sapendo di non essere Edipo, trovarti di fronte la Sfinge di Tebe pronta a porti il suo enigma ... ma non è così, di fronte hai la tua dolce metà.
Comincia, così, la prima mossa della strategia di una battaglia che neppure Napoleone, Rommel o un qualsiasi altro grande stratega della storia, saprebbe meglio condurre.
La prima mossa della donna, per distrarre l'attenzione dell'uomo senza troppa fatica, inizia con il racconto della sua giornata, che siccome è pressoché lo stesso da sempre, crea nell'uomo un effetto soporifero e tranquillizzante, abbassando repentinamente le sue difese:
- si parte raccontando la corsa che ha fatto per portare a scuola "tua" figlia e arrivare, comunque, in tempo al lavoro ... Così già sai che per tutta la prossima settimana sarai tu a portare a scuola "sua" figlia e non riuscire, però, ad arrivare in orario al lavoro ... e lei ti dirà che non ti sai organizzare!
- si passa, poi, al racconto della giornata di lavoro e delle angherie del capo ... che è uomo e quindi tu non puoi solidarizzare con lui, altrimenti, rischieresti di generare l'effetto specchio e lei in te vedrebbe lui e dovresti subire, oltre che sobbarcarti il racconto, anche le invettive che lei non ha potuto lanciargli contro, perché "responsabilmente" deve sopportare, perchè non può rischiare di perdere il lavoro ... mica come te che, quando subisci il tuo capo donna, torni a casa, addirittura, raccontando di esserti opposto a certe decisioni ... lei sì che solidarizza e l'effetto specchio funziona, in quel caso, che ti becchi anche le stesse repliche, censure e privazioni che il capo donna ti ha comminato la mattina appena trascorsa;
- per finire lei ti racconta qualsiasi altra parte della giornata a fantasia, qualsiasi dopo lavoro va bene, la spesa, il traffico, i vicini di casa ... e tu, appunto, pensi di sapere che lei ha finito, ma è lì che inizia la seconda mossa.
Vedi che lei e' ancora li', che ti sbarra la strada e per l'ennesima volta ti domandi il perché, il motivo ... e per  la stessa ennesima volta non lo trovi ... ma ancora hai quegli occhi puntati addosso e l'espressione neutra e immobile del suo viso, che scatena in te l'avvio dell'auto-esame di coscienza del genere pre-confessione di tutti i tuoi peccati nel giorno del giudizio universale, che non avvieresti neppure durante la quaresima più lunga, o che neppure l'esorcista più scaltro saprebbero generare nella tua coscienza di peccatore.
Quel viso impassibile scatena la regressione psicoanalitica, nella maniera più rapida possibile, che torni bambino in ancora meno tempo di quello che avresti impiegato a sdraiarti sul lettino dello psicologo: così ti rivedi in braccio a tua madre, mentre al parco incontra la sua migliore amica, che tiene in braccio sua figlia, tua coetanea, la quale, senza ancora saper parlare (almeno in questo a un anno di età tu e lei siete alla pari) ti comunica:"ancora una volta te la sei fatta addosso"; così tu cerchi per terra una cacchetta di cane per risponderle in "Wii-fi" che e' quella là l'origine dell'odore ... ma è proprio allora che senti tua madre (che ahimè sa parlare anche troppo), dire: "beata te, che le hai già tolto il pannolino. Io ci ho già provato mille volte ma non c'e' modo; questo qua se la fa ancora addosso".
E' così che, in quell'istante, alzando lo sguardo, vedi il sorrisetto divertito della bimba tua coetanea; ed e' li che ogni uomo sogna e spera di incontrarla di nuovo trascorsi vent' anni, solo per abbassare i pantaloni e fargli vedere di aver tolto il pannolino, calando così l'asso che a quell'età hai, al posto del pannolino suddetto e poter vedere che il suo sorrisetto ironico, ha lasciato il posto ad una bocca mezza spalancata per la sorpresa ... purtroppo anche questo sogno per qualche uomo non si realizza e, incontrata dopo venti anni la coetanea del tempo, avrebbero voluto avere ancora il pannolino, piuttosto di dover calare pantaloni e mutande e scoprire che, al posto del sorrisetto ironico della coetanea, c'e un risata a trentadue denti.
Tornando a noi e alla strategia bellica, a quel punto, mentre la regressione prosegue, lei la interrompe, d'improvviso, pronunciando una semplice frase "vabbè mangiamo" ... si sa alla parola mangiare l'uomo abbassa anche l'ultimo livello di difesa e così, tu vai avanti per guadagnare quel minimo spiraglio che lei ha lasciato aperto sul tuo cammino e ti avvii verso il divano per attendere che lei imbandisca la tavola, mentre tu possa guardare il TG sport. Anzi, sei quasi arrivato e hai già piegato le ginocchia, avverti la pelle morbida delle tue dita sfiorare il telecomando, quando senti, invece, le sue ruvide parole: "ecco anche stavolta non te ne sei accorto".
D'improvviso capisci il motivo, che per l'ennesima volta t'era sfuggito, il significato del suo comparire silenzioso alle tue spalle, l'enigma della Sfinge che t'ha sbarrato la via ... comprendi tutte le mosse strategiche della tua donna, il percorso che ti ha portato a perdere la battaglia ... e pensi " 'zzo i capelli !!! " .
Allora li guardi, capelli castano scuro, con quella, che le donne chiamano sfumatura rosso mogano (ma per tutti gli uomini il mogano resta solo un legno pregiato di colore marrone più che rosso), frammista ad un colorino prugna, che (non sai se per l'irritazione del non aver notato il particolare o proprio per il colore) ti fa dimenticare il senso di stitichezza che ti affligge, in un modo che neppure i fans del bifidus dell'Actvivia possono immaginare.
Cerchi, allora, di ribaltare la sorte del conflitto, tentando con il lato romantico, così dici, con lo stile antiquato e fuori tempo stile Via col vento "cara non mi sono accorto dei capelli, perché pensavo fosse il riflesso di questo tramonto che colora i tuoi occhi di uno splendore che mi affascina ancora come il primo giorno, non avevo notato che avevi cambiato colore" ... e così si compie la tragedia, perchè lei ti dice "non è il colore dei capelli", che in effetti è lo stesso da mesi se non da anni, "ma il taglio".
Comprendi così che i capelli li hai guardati, ma non li hai visti (e cioè che non sei un Avatar o un indigeno di Pandora); proprio allora, acquisti piena consapevolezza che non puoi replicare; vorresti dire che pensavi che i capelli fossero legati, ma ti accorgi che mancano all'appello, almeno 10-15 centimetri e la diresti troppo grossa.
Del resto, lei già se ne andata e tu non hai altra via di uscita, che ricordarti, come ogni uomo, di quella parola che aveva pronunciato lei prima: "mangiamo". Così che, sapendo con certezza che in frigo sono finiti sia gli affettati che i formaggi, ti butti e le dici: "stasera ti cucino una cenetta da ricordare", senza accertarti di cosa ci sia però in frigo.
Solo allora entri in contatto empatico con tutto l'universo e comprendi il mistero della creazione, perché afferri la realtà ultima e vera: lei è già in camera che ascolta, con lo stesso sorrisetto di quella famosa coetanea, perchè sa che per stasera s'è risparmiata di pensare cosa cucinare e di certo, pure il lavaggio dei piatti.

sabato 1 gennaio 2011

Ben ritrovati granelli di sabbia ... nel mare














Su questo blog non vi è un post scritto per il primo anniversario dalla sua nascita (che cade l'otto del mese di luglio), ma vi è un post per salutare chi lo frequenta e, spero con piacere, coloro che ne leggono i contenuti. Così rinnovando la tradizione, scrivo un post che segue quello scritto l'anno scorso. Il saluto al nuovo anno che fu, il 2010, l'ho dato con un post dal titolo "granelli di sabbia nel mare ... buon anno" (link per chi volesse rileggerlo). Dico la verità, rileggendolo l'ho trovato un bel post, così ne ho tratto spunto, quantomeno nel titolo. Quel post lo scrissi per auspicare nel nuovo anno la crescita del blog e per un augurio ed un ringraziamento a voi, in mille modi diversi, compagni della vita, mare immenso, in cui voi, come me, siete immersi, piccoli granelli di sabbia, che, a volte, perdo di vista, risucchiati dal mare ed altre, ritrovo adagiati dall'onda, sulla stessa spiaggia, nel momento della risacca.
Quel post alla fine, conteneva la riflessione su due temi: l'amicizia e la felicità.
Questo post, invece, vorrei riuscisse anche solo a stimolare un pensiero sulla vita, dato che contenerlo sarebbe un compito arduo, per l'immensità di un simile tema e la vastità di meditazioni e concettualizzazione che ha suscitato in ogni essere umano.
Parto proprio da queste. Anzi costruisco il post proprio con le citazioni recuperate in questi giorni, dedicati a ricercare frasi e massime: sia quelle nei libri letti, che quelle conservate nella memoria. Insomma, giorni passati a spolverare sia la biblioteca che l'anima, troppe volte intasata dalla polvere dei giorni.
In molti, hanno descritto la vita come un viaggio. Un concetto che è caro, soprattutto, a coloro che si definiscono agnostici, i quali pur sospendendo il giudizio sulla vita, come su tutte le cose su cui non si ha sufficiente conoscenza, avvertono, proprio per questo, la vita come un viaggio che non ha meta precisa, anzi che non deve averla, dato che il suo significato sta proprio e solo nel viverla.
L'immagine che, invece, suscita in me la vita, è quella di un albero e del suo esistere lungo il corso delle diverse stagioni. La sensazione è quella di essere, come tutti, una foglia, in primavera affacciata alla vita, nel pieno del suo vigore in estate, ma piena di bellezza anche in autunno, persino quando piena di colore cade a terra, con il timore della fine, ma che tale non è, se è vero come è, che dopo il freddo inverno, la vita torna nell'albero, esso stesso vita, accresciuta dai piccoli rametti che, noi foglie abbiamo alimentato prima del declino autunnale.
Prescindendo dalle proprie e personalissime visioni del senso della vita, una cosa sicura e certa e che, ad ogni nuovo anno, ciascuno augura a sè e agli altri il meglio. A volte, nei casi in cui il vecchio anno non sia stato poi veramente da buttare, c'è anche il timore di rimpiangere il passato.
Insomma quello che traspare è un continuo pensiero dell'incertezza e sull'equilibrio tra gioie e dolori.
In diversi (anche qualcuno di quelli che leggono questo post) hanno pensato che l'aver dovuto vivere un dolore abbia trovato la sua ragione nel riuscire a godere e comprendere appieno la gioia che poi è arrivata, grazie a nuove vicende di vita.
Questo, però, vale per quelli che hanno trovato la felicità dopo la tristezza. Più difficile è far credere corretto e veritiero un tal pensiero, a chi, dopo l'amarezza, non ha ritrovato ancora la dolcezza.
Vagli a spiegare e, addirittura, fagli condividere quanto sostenuto da Elbert Green Hubbard, filosofo e scrittore statunitense: "Se stai soffrendo, ringrazia Dio. E' un segno certo che stai vivendo."
Un pensiero profondamente cristiano, a cui però, ammetto, non riesco a credere. Mentre si soffre, se si cerca Dio è per chiedergli, quantomeno conforto, con la preghiera di porre termine alla sofferenza. Non da molto sollievo comprendere che il soffrire è la prova che si vive.
Senza volere naufragare in mezzo al tema della sofferenza (nelle sue accezioni fisiche e spirituali), un approfondimento lo si può dedicare alla felicità, di certo un obiettivo che tutti ci poniamo. Come e dove ricercarla ?
In tema, passando dagli Stati Uniti alla Russia, vi regalo due citazioni :
- "Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa." (L. Tolstoj);
- "Il segreto dell'esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive" (F. Dostoievski).
Insomma, due aforismi che ci invitano a ricercare la felicità in noi stessi, in ciò che siamo e che nel più profondo sentiamo di dover fare.
Si potrebbe muovere una critica a questo concetto: l'eccessivo egocentrismo.
Per tale motivo, allora, prima vi porgo un aforisma, che è ancora più impregnato di egosimo, ma in maniera leggera, grazie alla sagacità di Woody Allen: "Il denaro non dà la felicità. Figuriamoci la miseria."
Per controbilanciare, fornisco, poi il pensiero di un uomo certamente sopra la media, Einstein: "Soltanto una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena vivere".
E qui entriamo nell'altro tema contenuto nel post dell'anno passato: l'amicizia.
Anche in questo caso per non andare alla deriva seguendo quest'argomento, riporto sue soli citazioni.
Se da un lato Cicerone affermava che "La vita senza l'amicizia è nulla", la frase che maggiormente mi piace è quella di Camus: "Quello che conta tra amici non è ciò che si dice, ma quello che non occorre dire." Una frase che coglie pienamente il senso dell'amicizia per come io la intendo: complicità, simpatia, affezione, nel senso etimologico di queste parole. Ma del tema ne riparlerò in un prossimo post.
Tornando al significato della vita, alla visione che ciascuno ne ha, agli obiettivi che si pone nel corso dell'esistenza per dargli un contenuto, penso sia utile citare il pensiero di John Lennon: "La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti".
Il che ci ricorda che non su tutto possiamo e, anzi, su molto la vità può nei nostri confronti. La vita non siamo noi, ma noi siamo in Lei e Lei è in noi. Come dire, il mondo non gira attorno a noi, ma noi giriamo con il mondo.
Così, proprio nel girovagare in cerca di un senso, spesso accade ciò che sostiene lo scrittore canadese Moore: "Un uomo gira tutto il mondo in cerca di quello che gli occorre, poi torna a casa e lo trova." Una frase che mi riporta alla mente il libro di Coelho "L'alchimista" (consiglio vivamente, a chi non l'abbia fatto di leggerlo).
In termini, diciamo più "statunitensi" (stile self made man) si può citare lo scrittore James Oppenheim: "Lo sciocco cerca la felicità lontano, il saggio la fa crescere ai suoi piedi."
Ma in fondo la reale e forse banale verità sta nel pensiero di Kierkegaard: "la vita si può capire solo all'indietro, ma si vive in avanti", o come sostiene Mark Twain: "La vita sarebbe infinitamente più felice se nascessimo a 80 anni e gradualmente ci avvicinassimo ai 18."
Aggiungo io: non ci importerebbe poi molto della riforma del sistema pensionistico e ci godremmo maggiormente i frutti di una vita di lavoro.Volendo fare una sintesi: Oggi tutti sembriamo occupatissimi a ricercare la felicità. Non ho ancora capito se siano più quelli che non sanno dove trovarla o quelli che affermano di saperlo, ma che non riescono lo stesso a trovarla. Sono convinto. però, che, spesso mentre ci affanniamo a ricercare la felicità in "posti esotici" distanti e differenti da noi, finiamo per scoprire di aver viaggiato inutilmente tanto lontano ed aver sottratto tempo al godimento della felicità che era ai nostri piedi.
Se poi ci insegnano a seguire le nostre passioni, ambizioni, a perseguire obiettivi concreti, la vita, a volte, ci ricorda che non siamo noi da soli ad imporre a Lei il futuro. Mentre siamo intenti nel progettare, la vita "succede, accade". Comprendiamo così due cose:
- che la vita va avanti e noi ne cogliamo il senso solo osservando ciò che lasciamo alle spalle; ma le scelte si fanno solo una volta, e mai la stessa opzione si prospetta identicamente la seconda, è per questo che dobbiamo ricordare che non si sbaglia nel decidere in un modo piuttosto che in un altro;
- che noi da soli non ci bastiamo. Si vive per gli altri, perchè la nostra identità si rivela negli altri, allo stesso modo in cui la nostra immagine si riflette nello specchio. Solo l'esistenza degli altri, rende concreto il nostro vivere.
Comprendo ancora una volta, la vostra importanza. Senza di voi questo blog non avrebbe senso, anche lo specchio ha bisogno di una immagine riflessa.
Bentornati alla spiaggia, piccoli granelli di sabbia, nel breve tempo della risacca, attendiamo che l'onda di un nuovo anno ci riporti al mare per scoprire cosa vi troveremo.

giovedì 11 novembre 2010

Dialoghi di amore e di morte


Un post diverso dagli altri, un racconto, forse una riflessione, che di sicuro so a chi dedicare: alla vita, a chi mi ha fatto e mi fa provare amore, perchè in questo modo non mi fa temere la morte:
L'uomo era seduto di fronte allo specchio d'acqua, piatta, vitrea, che rifletteva la porpora e l'arancio dell'aurora, ma non quell'altra presenza, che l'uomo, però, distintamente avvertiva, frutto di anni di esperta compagnia.
- "Anche oggi vieni a trovarmi e più presto del solito, di prima mattina, non al calare della notte come spesso usi. Penserei che stavolta non hai voluto lasciarmi l'illusione di poterti non pensare, di non incontrarti anche solo per un giorno, credere che non esisti." disse l'uomo.
- "Come fai a sapermi qui alle tue spalle, quando i tuoi occhi attenti osservano l'acqua, priva del mio riflesso?"
- "Dimentichi che l'uomo vive e per questo, prima di vederti, ti sente, in ogni attimo della sua esistenza. Non sono i miei due occhi, ma il soffio di vita che mi anima ad avvertirmi della tua presenza. Neppure dopo così tanti anni l'hai imparato?" replicò l'uomo.
- "Eppure oggi dovresti vedermi, perchè sono venuto a prenderti. Voltati pure" fu l'invito che gli rivolse la morte.
- Senza scomporsi, nulla temendo, l'uomo prima inspirò, per poi soffiare fuori l'aria di colpo, emettendo un lungo sbuffo: "Non ho bisogno di voltarmi per vederti, ti conosco già da tanto e troppo tempo".
- "E quando è stata la prima volta che m'hai conosciuto?" domandò la morte, con tono canzonatorio, quasi divertita, tradendo però la vera natura della domanda, l'innata curiosità per la vita.
- "Sono anni ed anni che ti sento e che mi parli ed ancora oggi m'appari affamata di vita" rispose l'uomo sorridendo, senza voltarsi "non puoi fare a meno di cercar di capire quello che non ti appartiene: la vita, l'uomo, il sentimento che lo anima e l'idea ed il pensiero che ha di te. Se fosse vero come dici, che dopo così tanto tempo, oggi, sei venuta a prendermi, devo soddisfare ora questa tua curiosità, non avendone, poi, più il tempo. Io ti conosco da quando ero bambino: nel volto delle lucertole che per gioco cacciavo, eri quell'innocente malvagità di un fanciullo, che si crede padrone della vita mentre dona la morte; come te illuso, d'essere il signore della vita, ma ben sai che nulla puoi su di essa, sai che non la governi ed è lei, invece la tua padrona, senza di lei tu non esisti"
- "Cosa credi di fare, mi sbeffeggi?" sibilò la morte "non è in questo modo che scrollerai di dosso il terrore, la paura di dover abbandonare tutto, di dover venire via con me" .
- "Io non ho alcun terrore, perchè da bambino ti conobbi, anche, nel pallido volto di mia nonna incorniciato da fiori e lumi di candele. Ti conobbi e compresi che eri stata lì, un solo attimo e poi non c'eri più, già nell'attimo in cui lasciasti immobile il corpo di quella anziana donna, che, anni prima, mi sorrideva e mi portava al collo, quando ancora avevo quattro zampe. Non esistevi già più dopo quell'istante, mentre per poco esisteva il corpo freddo di mia nonna, ma per sempre sarebbe esistito il suo ricordo".
- "Cos'è, mi vuoi raccontare l'antica e banale storia della vita eterna, dell'immortalità dell'anima? non ti illudere, vecchio, dopo che ti avrò portato via sarà tutto finito" sghignazzò la morte.
- "Non m'illudo" rispose il vecchio "ma so che tu sei come la nascita: un attimo in cui si apre quel sipario che tu vieni a chiudere, ma c'è sempre qualcuno che ricorderà lo spettacolo visto sul palco. Quando sarò venuto con te, so che per me sarà finita, in me non ci sarà la vita, ma io sarò nella vita, parte di me sempre esisterà nella vita: resterò in un pensiero, nell'attimo di un ricordo, in ciascuno che mi avrà conosciuto e che disperso nel mare della vita, di me avvertirà, di tanto un tanto, una eco lontano".
- "Ma cosa credi di aver lasciato nella vita, negli altri, da sperare che ti si ricordi ? Quali traguardi pensi di aver raggiunto, puoi dirti soddisfatto del tuo viaggio ?" Rispose sarcastica la morte "vivi solo del passato, di ricordi e questo è il segno che è giunta l'ora in cui tu venga con me" disse severa la morte.
- Questo è il tuo cruccio: non avere passato, nè ricordi, neppure dopo tanti anni di mestiere; hai chiesto a molti uomini di venire con te, di seguirti, ma li hai visti tutti uguali e non ne hai mai capito la differenza. Ai tuoi occhi l'onda del mare che abbandona la spiaggia è la stessa che, dopo un attimo, la riconquista. E' l'acqua ad essere la stessa, non l'onda, e la spiaggia lo sa perchè di ognuna ne conserva l'umore e la nostalgia. Tu costringi ognuno a seguirti ma non riesci ad impadronirti del suo umore, dell'essenza di ogni esistenza".
- la morte rimase in silenzio, pensierosa "E quale è la tua essenza?"
- "Ho viaggiato, ho scelto una via davanti a due o più diversi sentieri e con il tempo ho imparato che non si può sapere di aver scelto quello giusto o quello sbagliato, perchè in questo viaggio si sceglie solo una volta di fronte ad ogni bivio ed ognuno è diverso dal precedente. So, però, che ho accumulato più rimpianti che rimorsi e questo è il mio cruccio" disse l'uomo con un filo di voce "avrei dovuto arrivare a questo giorno con qualche rimorso in più e qualche rimpianto in meno; sarebbe stato il segno di qualche scelta fatta e che ho invece barattato con l'attesa. Ho così imparato a diffidare da chi dice di amare una vita tranquilla, perchè sono coloro che hanno paura di osare e vivendo nell'attesa chiedono che la vita scelga per loro. Non ci sono successi senza qualche cicatrice per le sconfitte subite".
- La morte l'osservò, sembrava non aver compreso, o forse rifletteva; un lampo attraversò la sua ombra, pareva che la morte si fosse accesa e sembrò che pure l'acqua, per un attimo, la rispecchiasse "cosa vuoi dire vecchio ? spiegati."
- "al tempo dicevano che ero un ragazzo, ma oggi a questa età, dopo aver vissuto così tanti giorni, so che allora ero ancora un bambino. Così pure lei, bella, fresca, chiara aurora di un giorno di speranza piena. Me ne innamorai". Non ero ricco, non ero bello, ma seppure ancora bambina, lei possedeva quell'istinto di cui solo le donne sono dotate e qualcosa vide in me, che neppure io conoscevo. Forse sentiva la tenace resistenza che ponevo alla forza dell'attrazione che provavo per lei; agli altri appariva come estrema timidezza, ma a lei giungeva come un silenzioso corteggiamento, fatto di parole misurate, incorniciate da sorrisi. Modi così diversi dalle spavalderie degli altri ragazzi. Ma era soprattutto la capacità di conversare che la portava a cercarmi sempre più spesso con il desiderio delle intere giornate a raccontarci, a parlare dei luoghi in cui avevamo vissuto i pochi anni precedenti a quelli in cui ci eravamo conosciuti, Racconti di alberi, corse sui prati, spensierate serate sotto cieli sereni di soli e di stelle e notti trascorse sotto calme e serene coperte di sonni trapuntati di sogni. Tra tutte, ricordo una giornata, apparentemente uguale a quelle che ormai tutti gli altri mi invidiavano, trascorsa come al solito con lei sola, in compagnia della nostra campagna. Eravamo distesi con il viso rivolto al cielo cobalto, immersi tra le spighe del grano maturo, uno accanto all'altro, mano nella mano. Mi raccontò ancora di lei e mi disse cosa vedeva in me, e forse passarono ore ,o forse anni, ma tutto sembrava durare un attimo, mentre ascoltavo la sua voce, l'odore del suo respiro si mescolava a quello del grano. Non l'avevo mai baciata e ne avevo una grande voglia, ma più grande, anche quel giorno, era la paura, il timore di rovinare tutto, distruggere quegli eterni attimi e restare solo con la cicatrice della sconfitta. Così anche quel giorno finì e non la baciai, nè allora, nè mai più. Un mese dopo se ne andò, assieme alla famiglia, in un'altra città. Sentivo e speravo che ancora mi pensasse e mi sentisse, che avesse quel desiderio che io sentivo di rivederla e di sdraiarmi accanto a lei su quel campo di grano, disteso lungo il fianco della collina e speravo che per questo sarebbe tornata. Venni a sapere, qualche anno dopo, che si era fidanzata e qualche tempo dopo ancora giunse anche la notizia che si era sposata. Quel giorno passato nel campo di grano è il mio rammarico, che cambierei con il rimorso di aver fatto quel qualcosa che poteva essere sconfitta, ma che sarebbe stato vivere. Per anni conservai vivo nel cuore l'odore del suo respiro mescolato a quello del grano. Per questo, anno dopo anno, in quello stesso giorno, le ho spedito un pane che facevo con le mie mani e con la farina di quel grano, nella speranza che quell'aroma le portasse il ricordo di quel giorno e che lei tornasse. Fu quando seppi che era morta che smisi di fare il fornaio e da allora passo le giornate davanti a questo lago. Quel giorno, tu l'avevi portata con te, ma non te ne ricorderai, perchè non cogli l'essenza della vita, padrona del nulla. Niente fino ad oggi hai mai saputo di questa storia, troppo affannata a togliere la vita per poterla vedere e scoprire".
- la morte l'osservò, persa in un pensiero "quindi, fino a che era in vita vivevi nella speranza, quella che ti ho rubato e che è morta, quando ho chiesto a quella donna di seguirmi" disse la morte "e poi ora che dovrai seguirmi pure tu, di certo, neppure avrai più la speranza che il passato ritorni con la veste di un'altra donna.
- "quella speranza non muore mai, nessuno può sapere il domani e se esso sarà quel giorno in cui mi troverò sdraiato con lei, mano nella mano, immersi nel grano".
- "vecchio! ho molto da fare, altri mi attendono. Per oggi ho deciso di lasciarti ancora qui davanti al tuo lago, immerso nei tuoi ricordi" disse la morte "ma tornerò". Un attimo dopo si voltò, s'incamminò, per poi fermarsi "Esiste ancora quel campo di grano?" domandò.
- "Sì" rispose l'uomo "se vuoi, un giorno ti ci porterò".
Non ottene risposta, la morte se n'era già andata. Era ormai sera, una giornata intera era passata. L'uomo si alzò per incamminarsi verso il paese. Arrivò nella piazza, quando ormai per i suoi occhi stanchi e vecchi non era più sufficiente la poca luce rimasta. Ma vide lo stesso il suo vecchio amico di infanzia, seduto sulle scale della chiesa.
Un cenno di saluto e gli si avvicinò.
- "anche oggi hai passato l'intera giornata di fronte al lago?" chiese l'amico
- "sì, a studiare i pesci, gli insetti e l'apparente immobilità dell'acqua" rispose l'uomo
- "e scommetto che pure oggi, hai incontrata la tua antica compagna, con cui dialoghi da tempo".
- "mi conosci bene" disse l'uomo "ma oggi è stato un giorno diverso. La mia compagna voleva che la seguissi ed ho avuto la sensazione che ormai avesse deciso di spingermi in quelle acque e di lasciarmi affondare; ma poi l'ho convinta a lasciarmi seduto di fronte al lago. Ho piantato in lei il seme del desiderio, della curiosità, il suo innato interesse per la vita, che toglie, ma che non conosce"
- "gli hai raccontato quella vecchia storia della ragazza e del campo di grano. La stessa che hai raccontato a quel signore che ti comprò poi la panetteria. Sei riuscito a farcela credere, hai ingannato pure la morte con quella falsa storia!" disse l'amico ridendo.
- "già" rispose l'uomo, ma come al tempo in cui vendette la panetteria, una lacrima scivolò lungo il suo viso; come al tempo, dal cuore in cui era affogato, riemerse un ricordo, un rimpianto.

venerdì 1 gennaio 2010

Granelli di sabbia nel mare ... buon anno.




Ero indeciso ... poi ho deciso.
E' doveroso scrivere due righe sia per la conclusione del 2009, anno che ha visto nascere questo blog, che per l'inizio del 2010, in cui suo padre spera di vederlo crescere, proprio nell'anno che gli regalerà le 40 candeline.
Ho Così rivelato, esplicitamente, qualcosa di me, la mia età. Passano gli anni e, si sa, per Frodo, portatore dell'anello, visivamente non sembrano trascorrere, ma che, invece, pesano, più che su chiunque altro, nello spirito. Tante le cose vissute, altrettante quelle che si vivono e sicuramente, in pari misura, quelle che si vivranno.
Avrei potuto tentare di fare un sunto dell'anno passato, ma di alcune vicende lo specchio ha già mostrato immagini e di altre ne mostrerà, dato che il nuovo anno non potrà che essere un continuo con quello appena trascorso. Avrei potuto esprimere considerazioni su quanto di buono e di meno buono, il 2009 ci ha portato, ma il rischio era di cadere nell' "astrologismo", finendo per formulare previsioni, come solo il peggior falso indovino riesce a fare.
Cosa scrivere allora ?
In rete viaggiano mille aforismi, poesie più o meno famose. Anche al lavoro se ne ricevono. Tra le tante, ve ne sono alcune più inflazionate di altre. Per esempio, la poesia che, quest'anno assieme ai colleghi, ho ricevuto pure dal direttore regionale dell'ente in cui lavoro: "Ti auguro Tempo" di Elli Michler. Per chi non la conoscesse e, magari inconsapevolmente, l'ha ricevuta parlo della poesia i cui versi iniziali sono: "Non ti auguro un dono qualsiasi. Ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo per divertirti e per ridere ... " .Tra gli aforismi e le frasi note, più citate vi sono quelle di:
Schopenhauer : "La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare". Utilizzata per poi aggiungere l'augurio affinché l'anno nuovo possa essere ricco di sogni;
Wojtyla: "Non c'è speranza senza paura, né paura senza speranza." Utile per chi non ha avuto un grande 2009 e teme per il 2010 e con questa frase si fa e fa anche agli altri coraggio.
L'elenco potrebbe proseguire.
Quindi ? ho deciso di scrivere due righe, poche riflessioni su due temi: la felicità (che ognuno di noi si augura per l'anno che è iniziato) e l'amicizia (indispensabile ingrediente per dare alla vita il sapore della felicità).

In tema di felicità, non posso che citare uno dei poeti che più amo, Eugenio Montale, e la Poesia "Felicità raggiunta, si cammina", che, a mio giudizio, meglio descrive la sostanza della felicità:

Felicita' raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che si incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case

Non sarebbe necessario alcun commento, aggiungo però due cose:

la prima, a mo' di citazione, una frase letta tempo fa (non ricordo l'autore):
"Non è quanto si possiede, ma quanto si assapora a fare la felicità";

la seconda, è un mio pensiero, sempre in tema di felicità e del carattere di contingenza e relatività che la caratterizza:
Nel corso degli anni, marinai, esploratori si naviga per i sette mari nella bonaccia si ha tutto e tutto è superfluo; poi i mari si mostrano oceani, quale sono e, niente più abbiamo, il superfluo è ora l'indispensabile. A chi mi chiede: "sei felice ?" rispondo: "forse, lo sono. Domani potrei non esserlo, così, saprò di esserlo stato".

L'altro tema del post è quanto dedico a voi.
Per alcuni amici, o compagni di vita come amo chiamarli io, a volte, ho scritto lettere, frasi di saluto (se di addio od arrivederci non lo scoprirò mai) e, chissà, se qualcuno, leggendo questo post, ricorderà poche righe od un dialogo.
Ci sono tante metafore, che ho utilizzato per descrivere il legame tra me e loro. Tra le tante:
- l'albero e le foglie, in sintesi:
"Cresciamo come gli alberi, ogni amico è come foglia dell'albero che siamo e, grazie a loro, dell'albero che saremo ... come le foglie tra i rami, quelle vicine coprono quelle distanti, ma tutte le sua foglie l'albero conosce ... le foglie nascoste e distanti appaiono proprio al forte soffiare del vento della vita ..., tanti sono gli anni e le stagioni e tante le foglie che l'albero vede partire, ma nessuna di loro l'albero dimentica. Ti auguro, foglia, che il volo ti porti nel luogo ove tu sarai un albero forte e, forse, io, spinta dal vento, una tua foglia. Non chiederti il perchè un albero decida di scrivere ad una sua foglia, ma sappi dell'importanza che ha avuto quella foglia per quest'albero, così come è vero che ogni persona è unica, come la foglia, che sempre lascia qualcosa di sè, prendendo, poco o molto, da noi ... ogni incontro non è frutto del caso.";

- il sentiero, sempre in sintesi;
"Ci sono persone, che nella vita ci rendono felici, solo perchè ci hanno accompagnato per una parte del nostro cammino. Mai sapremo chi incrocerà, domani, il nostro cammino, come non sapemmo di quelli che, ieri, l'avrebbero incrociato.
Di ognuna non dimenticheremo il sapore, il valore e ciascuna l'abbiamo chiamata amica.
Alcune restano al nostro fianco, percorrendo la nostra stessa strada, fino a quando si allontanano, sentendo che è diverso il percorso che debbono seguire. Ma a volte, le ritroviamo accanto a noi, quando il destino decide che il loro cammino debba incrociare ancora il nostro. Altre volte, i due sentieri non si incontreranno più e la tristezza trova sollievo solo nei nostri sogni e nella memoria del cuore, dove quelle strade si incontreranno in eterno".

Oggi utilizzerò, come per il tema della felicità, il mare:

"Granelli di sabbia nella spiaggia,
dell'immenso mare della vita,
che tra le sue onde e con le sue maree
allontana i nostri compagni,
mentre di nuovi ne regala,
così che mai veramente soli siamo,
neppure nelle
buie notti di bassa marea
sotto la luce di un livida luna".

Buon anno ai lettori di questo blog, ai compagni della mia vita, ai passanti casuali, a tutti coloro che con la propria presenza, danno a questo cammino il sapore della felicità. Buon anno anche a me, non scrittore, non poeta, ma solo colui che si diletta a scrivere, regalando un po di sè, nella speranza, forse di riempire il vuoto che, altrimenti, senza scrittura sarebbe.
Buon anno, insomma a chi c'è da sempre, chi c'è stato e chi ci sarà ...
e buon anno anche a te, ultimo arrivato.

lunedì 2 novembre 2009

La Poesia



Questa estate la morte della Pivano, ieri quella di Alda Merini. Non so quanti prima di ieri la conoscessero o meglio non la conoscessero realmente.
Oggi, sulla rete e su facebook in particolare, è tutto un fiorire di post e commenti, ma non so, fino a ieri, quanti avessero letto qualcosa scritto da Alda Merini.
Oggi, ci sono tanti che, sempre, in rete, provano a darci una definizione di poesia, a farci comprendere cosa essa sia e ... naturalmente non ci riescono. Citano frasi ed aforismi per asserire che attualmente pochi sono i poeti in circolazione e molto di quello che viene scritto non può considerarsi poesia. Altri fanno riferimento allo sviluppo storico della poetica, parlando di destrutturalismo (senza sapere che si è sviluppato, peraltro, negli stessi anni in cui matura proprio lo strutturalismo in psicologia, linguistica ed in antropologia), passaggio dalle costrizioni meccanicistiche alla libertà della forma.
Provano a spiegarci cosa sia poesia e cosa non lo sia, ma, naturalmente, non ci riescono, proprio perchè, a prescindere, di "cosa sia poesia" o "chi sia un poeta", dimostrano nel loro sforzo di non avere quella sensibilità che spinge a tacere ed ascoltare, o meglio leggere, quanto gli altri hanno scritto, senza giudizi e pregiudizi. Chi vive il proprio tempo, difficilmente riesce a comprendere i fenomeni con cui convive e diventa sterile trattare il tema "poesia" per classificarla, definirla e voler "attestare" il fenomeno poeta-poesia.
Dobbiamo discutere se la poesia sia quella che combina valore semantico della parola, con il suo aspetto onomatopeico o con l'effetto che essa produce nell'intera costruzione, riuscendo a superare il conscio del lettore, per imprimersi nello strato più profondo del suo inconscio ?
Poeta è, invece, colui che sa costruire qualcosa che sia rispettoso delle regole linguistiche/letterarie ? Credo che occorre avere maggior sensibilità, apertura ed inclinazione ricettiva nell'ascoltare e leggere il prodotto degli altri, senza arrogarsi il diritto di (pre)giudicare od attribuendosi la capacità di saperlo fare.
Credo che neppure alla Pivano, ben più dotata di questi commentatori, possa essere riconosciuta, a pieno titolo, la possibilità/capacità di "sentenziare" in merito all'inesistenza quasi assoluta di poeti contemporanei (ad eccezione di alcuni cantautori).
Per questo, io mi limito a sentire e, pertanto, a leggere quello che altri scrivono, cercando di comprendere cosa li abbia spinti a farlo (senza giudicarne qualità o capacità) e ne apprezzo, comunque, il risultato (meglio uno in più che sente e scrive anche tecnicamente non bene, che uno in più che resta in silenzio in questa civiltà moderna sempre più animalesca).
In linea con un tal comportamento, oggi con questo post, mi limito (ma qui non è limitarsi, ma "illimitarsi" espandendosi verso l'infinito) a farvi conoscere una poesia della Merini, proprio in tema con quanto accadutogli ieri.
Lo farò così, senza aggiungere altro allo sterile dibattito sulla poesia, sicuro di avergli fatto un miglior servizio, perchè credo che fra quanti leggeranno, almeno uno, da domani, amerà ancor più la poesia o, quantomeno, sentirà che c'è qualcuno lì dentro!

Cara Federica

Cara Federica dirò come soffro
perchè ci e dato tanto soffrire,
perchè vediamo tagliare dalla terra
le nostre spighe migliori
anche io ero una spiga che cresceva nei campi,
credi Federica
i poeti non sono seminati da alcuno
li porta il vento della primavera.
Oggi per la mia donna è un giorno di liberta
ma per noi prigionieri dell' arte
è un altro giorno di prigionia.
Non sono felice della mia morte
carissima Federica
eppure me ne dovro andare.

lunedì 14 settembre 2009

Amore perduto (amore mai avuto)


AMORE PERDUTO (AMORE MAI AVUTO)
Da quando vidi
l'esistere di quell'isola,
che respingeva le onde
che a lei mi portavano,

mentre tornavo alla deriva
nell'immenso e desolato mare,
compresi d'esser divenuto naufrago,
il più disperato,
perché nessuno dei venti cui chiesi aiuto
mi poté riportare alla casa
che, ormai, sapevo più di non avere.

Ci ho pensato un poco, poi ho deciso per il sì. Lo specchio ha mostrato il mio viso. Ho cercato di capirne il significato, fino al momento in cui ho compreso il messaggio inviatomi dallo specchio. "Il blog se è il tuo blog, deve pur mostrare un poco di te".
Su come fare a raccontare e mostrare qualcosa di me, già avevo le dee chiare, ma mi è costato un poco decidere se farlo, dovendomi, in tal modo, mettermi un pò a nudo.
Mi piace scrivere e, quindi, perchè non pubblicare un pò alla volta sul blog i racconti, i romanzi scritti ?
Insomma, un pò come nello stile dei romanzi d'appendice. Mi son detto che si poteva fare, un pò alla volta, ci sarà tempo.

Ma per parlare di sè, vi era un mezzo certamente più rapido e diretto: riportare nei post alcune tra le poesie scritte.
Non è un qualcosa a costo zero, specie oggi in cui molti sviliscono gli scritti altrui, indicandoli privi delle qualità per essere considerati poesia. Persino la Pivano, recentemente scomparsa (e di cui tratterò in un prossimo post), aveva recentemente affermato che la catastrofe della letteratura italiana era mitigta quantomeno dai cantautori italiani, capaci di esprimere qualcosa, in un modo che poteva considerarsi poesia, mentre tutto il resto era cacca.
Una siffatta opinione riesce a smontarti in un attimo ed affievolisce qualsiasi entusiamo.
Ma il punto è che non ho la pretesa di considerarmi poeta, nè ritenere poesia ciò che ho scritto. Non ho la convinzione di aver creato qualcosa capace di trasmette a chiuque
un'emozione, una sensazione od uno stato d'animo.
Non pretendo di aver dotato il testo, di quel linguaggio universale, capace di raccontare a tutti, quel tutto racchiuso in esso.
Non le voglio chiamare poesie, quindi, ma istantanee e non voglio chiamarmi poeta, ma fotografo di emozioni e sensazioni, nella speranza che in quelle righe possa ritrovarsi almeno qualcuno, tra quelli che le leggeranno ed ancor più quelli che, conoscendomi, possano capire, anzi possano sentire, quella parte di me che conoscono o
, magari, quella situazione che con me, al di fuori di me, hanno vissuto.
Credo, quindi, di non dovermi preoccupare più di tanto e penso che nessuno debba rinunciare al piacere di scrivere
, su un foglio bianco, il proprio oggi , disegnando di fatto la propria persona. Questo resta, ancora ai tempi nostri, il modo migliore per ritrovare ogni giorno sè stessi.
Questo sicuramente pensa Signora Galadriel, il cui specchio la mia immagine ha mostrato, ma credo che ancor più lo capirà la stella del vespro Arwen.
Preso il coraggio, restando in tema di amore perduto e amore mai avuto, ho deciso,
anzi, di fare il bis.

Alba di un ritorno
Cos'è il domani ?
il non saperti,
il tuo certo partire.
Il cuore
graffiato
dalla sabbia del deserto che rimane.

Cos'è il domani ?
lo scoprire
che esisterai,
altrove, e
calpesterai
un diverso sentiero,
lontano dal mio camminare.

Cos'è il domani ?
é la ragione,
che dovrà narrare
l'impossibile sogno
al cuore,
che lo pensava reale.

Questo il domani,
non il nulla,
ma il non sapersi spiegare
un destino che ti fa incontrare
chi mai potrà restare,
chi,
ogni giorno, ha acceso
la luce dell'aurora sul tuo viso.

Te ne vai
consegnandomi la notte,
orfana anche di un rosso tramonto,
che lascerebbe sperare
nell'alba del tuo ritorno.